S’è pentito il boss Antonio Forastefano

Condannato a 18 anni di reclusione è ora sotto processo per due agguati contro gli “zingari”. -Cassano-

Tonino “il diavolo”. Sempre pronto a sparare e, ora, pure a “cantare”. Il superboss pentito capace di gestire con l’astuzia d’un mercante arabo e il pugno di ferro d’un dittatore sudamericano, l’infernale macchina mafioso-imprenditoriale messa in piedi nella Sibaritide, si chiama Antonio Forastefano, ha 36 anni, ed è un cassanese puro sangue. Nelle intercettazioni i “picciotti” lo chiamano sempre rispettosamente “lui”, temendo persino di pronunciarne il nome.

Un nome ora finito nel lungo elenco dei collaboratori di giustizia di ‘ndrangheta. “Tonino”, infatti, ha cambiato avvocato e sembra ormai pronto a cambiare pure vita. Voleva annunciarlo ieri, in aula, durante il processo che lo vede imputato di voto di scambio con l’ex consigliere regionale Franco La Rupa e l’ex consigliere provinciale Luigi Garofalo. I tempi erano stretti e non glielo hanno consentito. Ad assisterlo a Rebibbia, però, non c’erano i suoi legali di fiducia ma un altro difensore, Sante Foresta, già impegnato in passato nella difesa di Gaspare Mutolo.

Forastefano, condannato a 18 anni di reclusione in sede di rito abbreviato, aveva abilmente proiettato gl’interessi della sua cosca in Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Svizzera, agendo nella scelta delle politiche criminali – secondo i carabinieri del Ros – in accordo col cugino Leonardo Forestefano, col fratello Vincenzo e col nipote Pasquale. Il suo gruppo era una “fabbrica” di soldi” e una macchina da guerra. Domenico Forastefano aveva il compito di reimpiegare i proventi della cosca nel settore ittico che il sodalizio gestiva in regime di monopolio nella Sibaritide. Un picciotto aveva il compito di reimpiegare in mutui, a tasso usurario, i proventi della cosca.

Nove “azionisti” tra cui Domenico Falbo (ora pentito) erano il braccio violento del sodalizio, specie in relazione alle azioni d’intimidazione volte all’imposizione dei pagamenti a titolo estorsivo. Due donne si occupavano di truffe ai danni dell’Inps ed avevano anche il compito di contrarre e gestire i rapporti di mutuo a tasso usurario. Altri dieci affiliati gestivano, invece, le cooperative agricole riconducibili ai Forastefano, e ordivano truffe ai danni dell’Inps, oltre a monopolizzare l’offerta di manodopera clandestina alle aziende agricole cassanesi. Tre titolari di piccole aziende edili fungevano invece da imprenditori di riferimento della famiglia Forastefano e in quanto tali venivano imposti come subappaltatori in lavori pubblici e privati. Due giovani, infine, avevano il compito di realizzare le truffe per conto della consorteria, quindi accendevano conti correnti presso istituti di credito e acquistavano schede telefoniche che poi venivano messe a disposizione degli associati per le varie attività del gruppo criminale.

Il sicario di assoluta fiducia di “don Antonio” era invece un trentottenne vibonese, Bruno Emanuele, specializzato nel chiudere “contratti”. Sarebbe lui l’esecutore materiale di due agguati compiuti a Cassano nel giugno del 2003 e nel febbraio del 2004. Il primo ha visto soccombere Nicola Abbruzzese, “reggente” della omonima cosorteria, ammazzato a colpi di kalashnikov in prossimità della caserma dei carabinieri davanti al figlio ventenne ed a due figlioletti minori. L’altro ha invece avuto come vittima Antonio Bevilacqua, detto “Popin”, “picciotto” del gruppo Abbruzzese, vocato allo spaccio di droga, ammazzato a luparate nelle campagne cassanesi.

Bruno Emanuele avrebbe eseguito – secondo il procuratore Antonio Vincenzo Lombardo e il pm antimafia Vincenzo Luberto – entrambi i delitti, mostrando durante la consumazione degli omicidi nervi d’acciaio e precisione chirurgica. Pur agendo in contesti difficili e in movimento, il trentottenne, infatti, sia quando ha utilizzato il fucile mitragliatore come nel caso di Abbruzzese, che quando ha fatto fuoco con un calibro 12 caricato a pallettoni come nel caso di Bevilacqua, non ha provocato vittime “collaterali”. O meglio: come si dice in gergo malavitoso non ha “sprecato il piombo”.

Tonino “il diavolo”, che risponde dei crimini in concorso con il ” compare” vibonese, dovrà ora rivelare movente e dinamiche dei sanguinosi agguati.

Il pm Luberto, però, non ha inteso confermare l’inizio della collaborazione del boss di Cassano. Forse, ancora non gli crede. Prima di accreditarlo vuol sapere tutto. Fino in fondo…

Gazzetta del Sud


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