Operazione Ragno Eseguiti 8 dei 10 fermi emessi dal pm

Attentati ed estorsioni, scacco ai Soriano – della Dda nei confronti di esponenti di primo piano della cosca di Filandari – Il capo del clan dagli arresti domiciliari avrebbe diretto le attività del sodalizio. Ricercati altri due giovani.

Assedio all’alba di Filandari e Pizzinni. Per espugnare la roccaforte della cosca Soriano sono scesi in campo cento militari delle Compagnie di Vibo Valentia, Serra San Bruno e Tropea. Con loro anche i carabinieri dello Squadrone Cacciatori, della Compagnia speciale e del Reparto operativo, con il supporto di Unità cinofile ed elicotteri dell’8. Elinucleo.

Praticamente per due ore è stato blindato l’intero abitato di Filandari e quello della frazione Pizzinni. Il tempo per notificare sei degli otto fermi (due sono stati eseguiti in carcere), nell’ambito dell’operazione “Ragno” e procedere con una raffica di perquisizioni.

Decreto in mano i carabinieri hanno bussato alle porte di Leone Soriano, 45 anni, indicato quale capo della cosca; di Carmelo Soriano, 49 anni, fratello di Leone e di Gaetano Soriano, 47 anni (fratello dei primi due). In questo caso il provvedimento di fermo ha anche interessato la moglie Graziella D’Ambrosio, di 41 anni e il loro figlio Carmelo Giuseppe, di 20 (attualmente detenuto). In stato di fermo pure Giuseppe Soriano, di 20 anni e la madre Graziella Silipigni, di 40, rispettivamente figlio e moglie di Roberto Soriano (fratello di Leone, Carmelo e Gaetano) scomparso da molti anni.

Infine in carcere il decreto di fermo ha raggiunto Antonio Carà, 18 anni. Sono invece sfuggiti alla cattura Francesco Parrotta, 28 anni di Ionadi e Fabio Buttafuoco, 22 anni, di San Costantino Calabro. Nei confronti di tutti gli indagati l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata alle estorsioni, danneggiamenti, minacce, incendio, detenzione e porto abusivo di armi e di materiale esplosivo. Reati tutti aggravati dalle modalità mafiose.

Secondo quanto emerso dalle indagini, sfociate nell’operazione “Ragno” – condotte dalla Compagnia e dalla Stazione Vibo e coordinate dalla Dda di Catanzaro – sarebbe da ricondurre alle “strategie” della cosca di Filandari la sequela di intimidazioni, attentati, danneggiamenti ed estorsioni che hanno interessato diversi centri del Vibonese dal 2007 a oggi. Nel mirino dei Soriano sarebbero finiti commercianti, imprenditori, carabinieri e giornalisti. Minacce, spari, incendi, danneggiamenti con ordigni e intimidazioni verbali e scritte avrebbero scandito l’attività del sodalizio al cui vertice ci sarebbe stato Leone Soriano, il quale pur trovandosi ai domiciliari avrebbe “convocato” alcune delle presunte vittime. Una pressione costante e asfissiante tale da indurre qualche imprenditore a lasciare la Calabria.

Inoltre, secondo le dichiarazioni del collaboratore Angiolino Servello (tutte da verificare), il boss di Pizzinni sarebbe anche stato l’autore dell’omicidio di Antonio Mazzeo, assassinato a colpi d’arma da fuoco nel ’97 in località Indù di Filandari.

Nel corso di quattro anni (2007-2011) tra attentati e intimidazioni gli investigatori dell’Arma ne avrebbero contati circa 150, alcuni dei quali ripetutamente compiuti, ai danni della stessa persona o di suoi familiari, anche nell’arco di pochi mesi. Insomma una invidiabile capacità di pianificazione, ma del crimine, che – in base a quanto posto in risalto dal procuratore della Dda Vincenzo Lombardo – avrebbe consentito alla cosca di trarne benefici e di «risolvere, attraverso l’attività estorsiva e alle spalle degli altri, i problemi relativi al costo della vita». Strategie che avrebbero ideato e diretto i fratelli Leone e Gaetano, i quali per diramare gli ordini – nei casi in cui non lo facevano direttamente – si sarebbero serviti di congiunti, affidando la “fase esecutiva” ad alcuni giovani vicini alla cosca.

E oltre a mettere in risalto la cappa di paura e omertà stretta attorno a Filandari, San Costantino Calabro e Ionadi, l’operazione “Ragno” ha anche evidenziato un altro aspetto, legato al regime degli arresti domiciliari cui era sottoposto Leone Soriano. «Questi svolgeva l’attività di mafioso pur stando ai domiciliari – ha sottolineato il procuratore aggiunto della Dda Giuseppe Borrelli – regime al quale si trovava per problemi di salute; problemi che comunque non gli hanno impedito di condurre i suoi affari e quindi di commettere reati».

Sui metodi “persuasivi” dei Soriano per imporre le loro regole e condizioni si è soffermato il ten. col. Daniele Scardecchia, comandante provinciale dei carabinieri, il quale ha citato diversi esempi. Facendo riferimento agli spari contro l’auto di una donna, legata al ragioniere di una impresa edile, al fine di costringere quest’ultimo a sollecitare al proprietario a soddisfare le richieste della cosca. Diversi sono stati i danneggiamenti compiuti ai danni delle cappelle cimiteriali di altri imprenditori – in un caso nei pressi della cappella è stata lasciata la pistola utilizzata – così come numerosi gli incendi di autovetture, legnaie e il taglio di alberi.

Nel periodo delle feste, invece, alcuni esponenti della cosca avrebbero risolto il problema dei cestini (natalizi) andandoli a prendere, senza pagare, in una pasticceria e lo stesso sarebbe avvenuto per torte e uova di pasqua. E non si tratterebbe di cose di poco conto considerato che, per esempio, il valore dei cesti prelevati, in due distinte visite, sarebbe di mille e 300 euro circa.

Tra un episodio intimidatorio e l’altro andrebbero collocate le minacce e le intimidazioni che Leone Soriano avrebbe rivolto per lettera al comandante della Stazione carabinieri di Filandari Salvatore Todaro, al giornalista Nicola Lopreiato (Gazzetta del Sud), mentre Pietro Comito (giornalista di Calabria Ora) minacce di morte le ha ricevute telefonicamente, da familiari del boss.

Gazzetta del Sud


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