Guerra di Mafia a Cosenza fine anni ’90 e inizi 2000

Una lunga scia di sangue ha bagnato la le strade della città di Cosenza e della provincia sul finire degli anni ’90. Una serie di omicidi in realtà, a detta degli inquirenti, collegati tra loro all’interno di logiche mafiose.

Omicidi di Mafia a Cosenza

Sono gli anni della mattanza cosentina. Una guerra in cui le regole d’un tempo non contano più. Anni in cui l’utilizzo della spietata ala militare delle cosche è servita a riaffermare il dominio sul territorio messo a rischio, a metà degli anni ‘90, dall’offensiva della magistratura inquirente, dalle “cantate” dei pentiti e dal clan della criminalità nomade che minaccia le vecchie cosche.

Per ristabilire l’ordine occorre ricorrere a una brutale azione di repulisti. Azione che non assicurava margini di garanzia e sicurezza nemmeno ai vecchi padrini degli anni ‘80. Così almeno hanno raccontato i pentiti. Tutto comincia quando le cosche presenti sul territorio, un tempo tenacemente contrapposte, attuano un processo di confederazione.

La ‘ndrangheta riassume il controllo dei subappalti collegati alla realizzazione delle opere pubbliche, impone il “pizzo” a tappeto a piccoli e grandi esercenti, costruttori, titolari di concessionarie e, in occasione della Fiera di San Giuseppe, persino ai venditori ambulanti.

I padrini pretendono il dominio assoluto e, quindi, la sottomissione dei “picciotti” dei quartieri, dei rapinatori, dei nomadi, degli spacciatori, degli usurai. Ciascuno di loro dovrà essere autorizzato a svolgere le proprie attività illecite e dovrà sempre offrire un una parte del ricavato alla “bacinella”, la cassa comune dei clan. Pena, per chi sgarra, la morte.

Il primo a cadere è Giacomo Cara, 45 anni, sorvegliato speciale, che viene assassinato la mattina del tre maggio 1999, nel cantiere di una casa in costruzione, nell’area di Piano Monello. Due killer gli scaricano addosso dieci colpi di pistola calibro 9.

Passano pochi mesi e il 29 luglio tocca a Francesco Bruni, 57 anni, detenuto in semilibertà, “uomo di rispetto” e punto di riferimento di un nuovo gruppo mafioso. In via Popilia, la Mercedes su cui viaggia in compagnia di un amico, viene circondata dai sicari che fanno fuoco con pistole calibro 9 e 38.

Ad agosto la campana a morto suona per Marcello Calvano, figura storica della malavita di San Lucido, fulminato nel suo “regno”. Il successivo 26 novembre tocca a Vittorio Marchio, il “bandito in carrozzella” assassinato sotto casa, nel quartiere Serra Spiga.

Il 28 gennaio del 2000 viene eliminato a Carolei, con una scarica di lupara, Enzo Pelazza, 32 anni, ritenuto antagonista della “confederazione”. Neppure un mese dopo, il 23 febbraio, finisce la sua avventura terrena Nicola Abate, 49 anni, vecchio rapinatore, ucciso con un colpo di pistola calibro 38 sparato dietro l’orecchio sinistro mentre si trova a bordo della sua jeep.

Il 12 maggio cade il capobastone più conosciuto del Cosentino: Antonio Sena. Ha 59 anni e viene ammazzato a colpi di pistola calibro 9 a Castrolibero, davanti a una concessionaria di motociclette.

Intanto s’uccide pure in provincia: tra il ‘99 e il 2003 vengono eliminati Eugenio Ameruso (2001 a Potame) e nella Sibaritide Giuseppe Cristaldi e Biagio Nucerito (gennaio ’99), Antonio Forastefano, Giovambattista Atene e Giuseppe Romeo (luglio ‘99), Tony Viola (maggio 2000 a Castrovillari), Francesco Cosentino (aprile 2001 a Castrovillari) Saverio Albamonte (novembre 2001 Corigliano), Vincenzo Campana e Vincenzo Fabbricatore (marzo 2002 Corigliano).

Dopo l’estate del 2000, però, s’è incrinato il rapporto “collaborativo” instaurato dalla “confederazione” con la criminalità nomade. Rapporto che prevedeva una precisa divisione del mercato della droga: gli “italiani” trattavano la cocaina, gli zingari l’eroina.

La rottura dell’alleanza viene sancita dalla strage di via Popilia. Nell’ottobre del 2000 vengono infatti massacrati a colpi di kalashnikov, Benito Aldo Chiodo e Francesco Tucci.

La risposta non si fa attendere: la settimana dopo, nell’area industriale di Rende, vengono ammazzati a colpi di mitraglietta calibro 9 l’imprenditore Sergio Perri (cognato di Vittorio Marchio) e la moglie, Silvana De Marco.

Un evento imprevisto, tuttavia, scuoterà nei mesi seguenti gli equilibri già precari delle cosche in guerra: il pentimento del boss cosentino dei nomadi, Franco Bevilacqua. L’uomo svelerà agli inquirenti scenari inquietanti, raccontando di omicidi in preparazione e, persino, di una strage che avrebbe dovuto compiere il giorno di Natale del 2000.

Dopo il pentimento di Bevilacqua spariranno tre suoi sodali: Gianfranco Iannuzzi, “a ‘ntacca” (aprile 2001), Sestino Bevilacqua (novembre 2002) e Antonio Benincasa, “Vallanzasca” (maggio 2004). Nel luglio del 2002, invece, sarà freddato Carmine Pezzulli, il presunto “contabile” delle vecchie cosche. Ora regna una sorta di pax mafiosa. Ma gli equilibri sono sempre precari per definizione.

Vincenzo Brunelli

Tratto dal giornale “Il Garantista”


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